11/09/17

Annina va in Islanda: il racconto di un viaggio alla scoperta di se stessi e cosa mangiarsi nel frattempo

Forse mi sbaglio...Però scommetto che l'80% delle persone (nel mondo intero intendo) ha espresso almeno una volta il desiderio, o conosce qualcuno che lo ha fatto, di andare in viaggio in Islanda. Che sia l'aurora boreale, il pulcinella di mare o lo sfizio di assaggiare la carne di squalo, il fascino di questo paese è indiscutibile.  
Io, però, avevo nella mia Wishlist almeno altri due viaggi prima di questo (India e Cuba per la precisione) e di norma preferisco culture un po' più 'calde' quindi, quando la mia amica Anna mi ha proposto un Road Trip in giro per l'Islanda, mi sono trovata costretta a declinare l'invito. Dopo aver visto le foto del suo amico e fotografo Umberto e aver sentito i racconti (quello che leggerete d'ora in poi è stato scritto da Annina) vi dico già che mi sono dovuta mangiare le mani...Altro che squalo.











Nell'immaginario collettivo l'Islanda non è vista come una terra caratterizzata da un patrimonio gastronomico ricco come può essere quello mediteranneo ma questo paese magico mi ha insegnato che non bisogna fermarsi alle apparenze. Il pesce è, ça va sans dire, la proteina più popolare ed è parte integrante della cultura del paese in termini di economia e coinvolgimento sociale e questo fa sempre piacere: non è raro, ad esempio, trovare girando fra adorabili viuzze di piccoli paesini lungo i fiordi, filetti e/o carcasse di pesci messi ad essiccare! Principalmente si tratta di merluzzi, i quali verranno poi utilizzati per creare la farina di pesce, ingrediente base di molto zuppe del posto.

Ma andiamo con ordine: partiamo dal porto di Reykjavik (e dalla balena). Uno dei locali più quotati della città è il Saegreifinn, ricavato da una vecchia e piccola capanna per pescatori: la coda infinita per entrare non deve scoraggiare, basta tenere bene in mente che è uno dei ristoranti migliori per assaggiare piatti tipici come la carne di balena.


Ci tengo a sottolineare che il consumo di questo cetaceo è in netto calo sia tra gli islandesi che tra i turisti e che questa tendenza alla salvaguardia della specie è in parte determinata anche dall'aumento del whale-watching, una delle attrazioni principali del turismo dell'isola. 
Per chi se lo stesse chiedendo, il sapore e la consistenza della bistecca di balena erano abbastanza simili a quello della carne di cavallo! Quello della foto era solo un assaggio...Dopo abbiamo preso la bistecca intera. (Camilla avrebbe disapprovato).

La cucina islandese non è solo pesce fresco! Ho avuto modo di provare la loro carne di agnello (insieme a quella di pecora è la più popolare) in un ristorante di Blonduos, un tranquillo paesino affacciato su una spiaggia dal caratteristico colore nero. La definirei decisamente saporita e il side dish, composto da patate e verdura mista, faceva tirare un sospiro di sollievo, non avendo visto vegetali da giorni. Nonostante siano molto avanzati per quanto riguarda la tecnologia applicata all'agricoltura - con presenza di serre alimentate a energia rinnovabile geotermica - nei supermercati (i Bonus per esempio) la varietà non è proprio la caratteristica principale...patate e porri dappertutto!


Anche gli spiedini di pesce fresco di vario genere - salmone, halibut, merluzzo e rana pescatrice, solo per citarne alcuni, con variazioni per vegetariani a base di patate - fanno da piatto principale. La loro Lobster soup, poi, è una deliziosa crema (la traduzione non si riferisce all'aragosta ma allo scampo) che, associata a pane tostato, non vi farà pentire dell'attesa!


Proseguendo il viaggio, arriviamo alla penisola di Snaefellsnes, che ha ricevuto la certificazione per il turismo sostenibile nel 2015. Lungo una stradina isolata nella natura e lontano dai centri abitati, si trova una fattoria il cui profumo intenso si sentirebbe anche da un Km di distanza. Si tratta del celebre Shark Museum, fondato dal Sig. Bjarnason, uno dei più conosciuti produttori di Hakarl, o come lo chiameremmo noi Squalo putrefatto (Rotten shark in inglese).
Il museo è gestito dalla famiglia ed è decisamente caratteristico: dopo averci accompagnato attraverso le sale fra barche dismesse, pelle di squalo, foto e denti, il nipote ci porta orgoglioso davanti alla proiezioni di un video che spiega la preparazione dell'Hakarl. La carne dello squalo, per molto tempo fonte principale di sostentamento per il popolo islandese, non è commestibile appena pescata, per cui va spurgata dall'acido urico presente sulla pelle (velenoso per l'essere umano) attraverso il processo di 'putrefazione'. Dopo viene fatta essiccare per circa 3 mesi in capanni per giungere alla corretta stagionatura.





La breve visita termina con il tanto agognato assaggio dei cubetti di squalo che, accompagnati a del pane nero, quasi quasi ti guardano come per sfidarti. Ma non bisogna farsi intimorire! Anche se l'odore di ammoniaca non aiuta, in bocca la carne essiccata ricorda molto il gusto di salumi stagionati come lo speck. La consistenza, invece,  è decisamente spugnosa. Non sono rimasta disgustata ma diciamo che non lo sceglierei mai come snack da sgranocchiare mentre guardo la mia serie preferita, ecco.


E da bere? Premettendo che il Paese ha avuto considerevoli problemi legati all'alcolismo per molto tempo, attraverso programmi intensi di prevenzione ed educazione dei ragazzi più giovani sono fortunatamente riusciti a uscirne. Infatti, nei supermercati e negozi è molto difficile riuscire a trovare alcolici di ogni genere e la birra venduta è praticamente analcolica. Nonostante le difficoltà climatiche e burocratiche è riuscita a classificarsi al 16° posto nella classifica dei paesi europei più dediti alla produzione di birra stilata dalla rivista Thrillist. In particolare ho assaggiato, per puro caso, la Icelandic Northern Lights del birrificio Brugghus Steoja aromatizzata alla liquirizia in una Farm incastonata in una prateria verdissima, il più lontano possibile dal mondo (Geirshlid Guesthouse).


Sarà stata la birra a smuovere le molecole, saranno stati gli spiriti nascosti tra le montagne...Sta di fatto che la sera successiva, dopo aver pregato in tutti i dialetti islandesi di poter concludere il nostro viaggio con una bella ciliegina sulla torta, ecco che compare Lei: una (all'inizio timida) maestosa Aurora Boreale! Totalmente inaspettata (si manifesta solitamente solo nei mesi più freddi da ottobre a marzo), verso l'1:30 di notte una doppia striscia che sembrava composta di nuvole taglia in due il cielo. Poterla vedere di notte, dalla finestra, al calduccio della nostra baita, ha fatto venire i brividi. Il buio e poi la luce...Colorata, danzante, dalle sfumature verdi e viola ed effetti luminosi quasi di un altro mondo. Non potrò mai dimenticarla.
La conclusione perfetta di un viaggio avventuroso durato 10 giorni a cui spero di aver reso giustizia  con parole e immagini anche se, credetemi, non è compito facile.


Per le foto ringrazio UmbeTravelAddicted che con talento e professionalità ha fatto della fotografia una passione che si traduce netta e fiera  nelle sue opere. 






"Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà". Bernard de Clairvaux




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